Già intorno al 12-13 settembre 1943, anche a Mandello, come in altre parti del Nord Italia arrivano a casa con mezzi di fortuna i primi “sbandati”, cioè soldati fuggiti dalle caserme o reduci dai vari fronti che, in licenza o convalescenza, si sottraggono alla cattura da parte dei Tedeschi. Per paura di essere presi come disertori, si danno alla “macchia”, nascondondendosi nei caselli in montagna (Versarico, Era, Elisa, Gardata, Rosalba...). Anche sui nostri monti si formano così le prime bande e già a metà settembre ci sono riunioni segrete a Somana in casa di Lino Poletti (nome di battaglia “Claudio”), che con il colonnello Galdino Pini (nome di battaglia “Pietro”) organizza il gruppo di patrioti. La formazione prende il nome di “Cacciatori delle Grigne” ed è gìà attiva durante il rastrellamento tedesco dell’ottobre ’43. Ai primi partigiani si uniscono prigionieri scappati dal campo di Grumello al Piano, nella “Bergamasca”, e altri giovani a cui sono arrivate le cartoline precetto che scelgono la clandestinità, piuttosto che aderire alla Repubblica di Salò e collaborare con fascisti e Tedeschi. Anche la propaganda con manifesti murali e proclami per convincere ad arruolarsi nella R.S.I non raggiunge il suo scopo, anzi aumenta le fila partigiane. La “Cacciatori delle Grigne” è apolitica e autonoma, a differenza di altre brigate garibaldine o di Giustizia e Libertà operanti nel lecchese.
Nelle ex scuole di Molina e nell’asilo infantile “C. Carcano” si insediano ben presto i soldati della Wehrtmacht, che scavano anche dei cunicoli sotto la collina di fronte per nascondere armi, munizioni e mezzi.
Molti sono i metodi da loro usati nella caccia ai partigiani: minacce ai familiari / arresto di cittadini accusati di collaborazionismo / ostaggi / rappresaglie e rastrellamenti; quello massiccio dell’autunno ’44 porta a radere al suolo e bruciare Era, l’Elisa, la Gardata e tutti i possibili rifugi dei partigiani sulle Grigne.
La lotta per la libertà, contro l’occupazione nazifascista e soprattutto per la fine della guerra e delle sofferenze ad essa collegate, coinvolgerà molti abitanti di Mandello. Infatti la guerra appare ingiusta e assurda, fonte di lutti (pensiamo ai tanti caduti mandellesi in Russia, Albania, Grecia...), di disagi, miseria e privazioni. Così, sempre più, i partigiani possono contare sulla popolazione per i rifornimenti di cibo ( scarsi anche in paese ), di vestiti o per un nascondiglio; ci sono staffette che portano notizie, collaboratori e informatori, tra cui anche dei ragazzi e molte donne, che danno preziose informazioni sugli spostamenti dei militari tedeschi e dei repubblichini; anche i bambini fanno la loro parte, perché meno sospetti ai Tedeschi e ai fascisti.
A Mandello ci sono però le spie, mai individuate, che informano i Tedeschi e permettono loro di catturare i partigiani Giuseppe e Giovanni Poletti a Rongio. Dopo la loro uccisione, di Giuseppe in loc. “Neri” e di Giovanni al cimitero di Mandello il 25-8-’44, la brigata verrà chiamata, in loro onore, “89ª Brigata Poletti”. Nel settembre ’44 la formazione (battaglione Moncodeno, Monte Campione e S. Primo) si unisce con la Matteotti, la Rosselli e la Issel nella 2ª Divisione garibaldina. I partigiani hanno continuo bisogno di armi per le loro azioni di sabotaggio e di guerriglia, ma i “lanci” alleati si fanno troppo attendere; così, nel tentativo di procurarsi armi, cadranno nell’imboscata della Maiola (30-10-’44), dove lasceranno alcuni morti (Battista Morganti, Adamo Gaddi, Davide Gaddi) e feriti (Guerrino Valli, Lino Poletti, Nilo De Battista, Armando Mainetti). In quell’occasione, al presidio di Molina erano stati portati dei civili, presi come ostaggi e che sarebbero stati uccisi in caso di perdite umane da parte tedesca. Dopo questo attentato, Oscar Barindelli prende il posto di Lino Poletti, ma ben presto la brigata si scioglie e molti partigiani rientrano al lavoro in Guzzi, dove organizzeranno una Resistenza in fabbrica.
Difficile calcolare il numero di partigiani in Grigna, perché esso varia molto nel tempo, ma sono quasi tutti di famiglia operaia e contadina, aiutati da medici come i dottori: Volterra, Stea, Vitali e Lioy (dell’ospedale di Bellano), che nascondono e curano gratuitamente i feriti.
Vogliamo qui infine ricordare come parte importante della Resistenza mandellese anche tutti quei soldati (1), disarmati nelle caserme o sui vari fronti, caricati sui carri bestiame e deportati nei campi di prigionia in Germania come lavoratori coatti, veri “schiavi di Hitler”, manodopera gratuita che ha resistitito piuttosto che cedere alla propaganda e aderire alla R.S.I o entrare nelle S.S tedesche.
(1) l’elenco, frutto di una ricerca a cura del Gruppo Archivio Comunale della Memoria Locale, è in fase di completamento; alcuni testimoni sono stati intervistati dal gruppo di “ricerca sul campo” dell’ICS “A.Volta”.