Già prima dell’ 8-9-’43, Lecco aveva espresso la sua avversione per la guerra e il regime fascista con gli scioperi del marzo di quell’anno e la costituzione di un comitato clandestino antifascista (socialisti, azionisti, cattolici, repubblicani, comunisti); vi era quindi una parte di lavoratori lecchesi antifascisti che operava in clandestinità (operai, sindacalisti, cooperative, circoli dei lavoratori, ferrovieri) e che esprimeva il suo malcontento e la preoccupazione per l’occupazione tedesca del Nord Italia, avvenuta nell’estate (dopo la caduta del fascismo il 25-7-’43).

 

Subito dopo l’annuncio dell’armistizio Badoglio, in città c’è un gran fermento: gli Alpini abbandonano la caserma Sirtori, Gaetano Invernizzi, antifascista del P.C.I. lecchese, tiene un discorso e invita tutti ad andare in montagna, le armi vengono nascoste alla chiesa della Vittoria, ai Piani Resinelli  e ai Piani d’Erna e serviranno per le prime “bande” partigiane che si costituiscono subito con lo scopo di radunare i militari “sbandati”, che per giorni arrivano a Lecco, aiutati nel loro fortunoso viaggio dalla popolazione e dai ferrovieri. Ad essi si aggiungono i prigionieri russi, slavi, inglesi, greci, americani, francesi fuggiti dai campi d’internamento della bergamasca. Già l’ 8 e 9 settembre si organizzano, con l’intervento dei partiti antifascisti, dei Comitati di soccorso in città per raccogliere denaro, vestiti, viveri. I cattolici si mobilitano con riunioni clandestine in casa dei parroci o negli oratori (1), a cui partecipano attivisti dell’Azione Cattolica. Si organizza l’espatrio dei ricercati antifascisti, degli ebrei, dei prigionieri stranieri verso la vicina Svizzera, con l’aiuto anche di volontari alpini (gruppo C.A.I di Cassin), di partigiani e della popolazione.

Da metà settembre un comando militare, con a capo il colonnello Morandi, traccia un piano e organizza le formazioni così dislocate: Erna (130-170 uomini), Resinelli (110-120), Campo dei Buoi (140), Valsassina, Grigne Occidentali (comandante Galdini Pini); Ulisse Guzzi, con la sua moto, tiene i rapporti tra i gruppi.

 

L’ 11-9-1943 i Tedeschi si insediano nella caserma Sirtori, i fascisti occupano la sede del Fascio. Il primo atto sarà il rastrellamento dell’ottobre ’43 su tutte le Grigne, sul San Genesio, nell’Erbese, messo in atto per “ripulire” dai ribelli della montagna tutto il Lecchese, una zona da tenere sotto controllo perché di passaggio per la Valtellina, verso Como e in definitiva via privilegiata di fuga verso la Svizzera. Il 16-10-’43 da Calolzio a Varenna tutto il lago è presidiato da forze nazifasciste (una divisione tedesca è giunta da BG e da Mi) per rastrellare tutta la Valsassina e circondare le Grigne; i partigiani riescono a “sfilare” dai Resinelli a disperdersi. Solo al Pizzo d’ Erna, che segna il primo scontro nel Nord Italia,  si combatte con molte  perdite tra i partigiani; pochi riescono a sganciarsi dal nemico verso Morterone. 

Nel novembre 1943 si organizza il C.L.N lecchese con rappresentanti di tutte le forze politiche, che coopera coi partigiani. A Lecco si distribuiscono giornali clandestini come “Guerriglia” e “Il ribelle”; alcuni numeri di quest’ultimo sono stampati proprio a Lecco, da Teresio Olivelli. Nell’inverno ’43-’44 si  organizzano gruppi clandestini legati ad alcune famiglie o a fabbriche lecchesi, si formano delle squadre armate per sabotare le vie di comunicazione, le centrali, la produzione industriale e sottrarre munizioni alla ditta Fiocchi; una fitta rete di informatori opera in città e nel circondario.

Nelle fabbriche di Lecco (Bonaiti, Fiocchi, Badoni, File, Arlenico, Caleotto), controllate dai Tedeschi che minacciano di deportare in Germania, continua l’attività clandestina e si organizzano il 7-3-’44 degli scioperi bianchi (dei 24 deportati in Germania solo 8 torneranno dai campi di concentramento).

Ad ogni azione partigiana, la reazione delle forze nazifasciste (S.S Tedesche, S.S italiane, Guardia Nazionale Repubblicana, Milizia ferroviaria, Allievi Ufficiali di Bellano, Areonautica fascista, Brigate Nere di Como, la “Muti”, nota per la sua ferocia negli interrogatori) è immediata; così per tutto il periodo ’43-‘45 si verificano rastrellamenti (principali obiettivi sono i rifugi alpini, distrutti e bruciati), rappresaglie contro la popolazione (1 Tedesco ucciso = 10 italiani), minacce alle famiglie dei “ribelli” o contro i parroci “collaborazionisti”, arresti e deportazioni in Germania di partigiani, disertori, antifascisti (vedi Pino Galbani, tra i deportati della Bonaiti) e di chi aiuta o nasconde i partigiani, interrogatori e torture per far parlare, bombardamenti aerei, incendi e distruzione completa dei “covi” dei ribelli (la Stoppani, la Pio X, la Grassi...), trappole e infiltrati tra i partigiani, uso di spie, fucilazioni (vedi i caduti a Fossoli, a Introbio, a Barzio, a Moggio, in Brianza, a Vernate, a Introzzo a Mandello, a Fiumelatte). A questi si aggiungono tutti quelli della divisione “Acqui” di Cefalonia.

I “lanci” degli Alleati, preannunciati da messaggi in codice, iniziano solo nella tarda primavera ’44, sono spesso di difficile recupero, a  causa della conformazione del nostro territorio,  e scarsi in quelle zone dove attive sono le brigate garibaldine legate al P.C.I.

Nel giugno 1944 a Milano si costituisce il C.V.L (Corpo Volontari Libertà) per dirigere e coordinare la lotta armata in vista dell’insurrezione generale.

Nell’agosto-settembre ’44, dopo i massicci rastrellamenti del giugno-luglio, migliora l’organizzazione partigiana con una ristrutturazione militare (1ª e 2ª  Divisione Garibaldina Lombardia) e una serie di azioni (il colonnello Morandi ne annota ben 84) a cui segue però il rastrellamento a tappeto dell’ ottobre ’44, quando tutti i rifugi e i caselli della Valsassina e delle Grigne vengono distrutti (130 morti, 500 deportati, 700 tra baite, case e rifugi distrutti); la brigata “Rosselli”, attiva in Valsassina e Valvarrone, con lunghe e faticose marce attraverso i monti, arriva in Svizzera dove i superstiti vengono internati in tre campi elvetici. Solo qualche gruppo di partigiani resiste sulle montagne del lecchese in un inverno pieno di neve. Il rastrellamento tocca anche Valtellina e Valchiavenna.

A fine novembre, a causa di delazioni, sono arrestati non solo tutti i leader del C.L.N e della Resistenza lecchese (tra cui don Ticozzi), ma anche i comandi partigiani (Morandi, Pini, Barindelli).

 Nel febbario ’45 viene paracadutato in Grigna dagli Alleati un ufficiale italo-canadese con lo scopo di comandare la missione militare “Dick Ciliegio”; è atteso da Cassin e altri partigiani.

Nella primavera ’45 iniziano i bombardamenti su Lecco (ponte della ferrovia Lecco – Como / polveriera Fiocchi / cimitero di Malgrate, dove i nazifascisti hanno nascosto un’officina meccanica / ponte Vecchio, per fortuna non colpito ).

Il momento della Liberazione si avvicina. I nazifascisti intensificano le azioni e vogliono tenersi libera una via di fuga verso la Valtellina e la Valchiavenna.

Quando il duce ordina che le truppe della R.S.I si concentrino su Como da Bergamo e Brescia, i partigiani della Brianza incominciano a disarmare le caserme, per impedire il concentramento di forze a Como;  sabotaggi, assalti, disarmi avvengono in tutto il Lecchese e nell’Alto lago.

La Liberazione a Lecco è datata 26 aprile; scatta il piano del C.V.L: occupazione della Lecco - Bergamo, posti di blocco ovunque ( Lecco-Sondrio, Lecco-Milano, Lecco-Como ), mine su strade, ponti e ferrovie); le staffette partigiane comunicano a tutte le brigate di scendere dalle montagne; viene fermata una colonna proveniente da Bergamo, a Pescarenico; la G.N.R non si arrende e inizia la battaglia sui tetti, tra via Como e l’odierno Corso Martiri. Quando i partigiani cercano di disarmare un gruppo che ha esposto la bandiera bianca, vengono colpiti (si contano due morti e due feriti) (2).

Febbrili sono le trattative nel Lecchese per la resa dei vari corpi militari nazisti e fascisti e continue sono le telefonate con i vari C.L.N e C.V.L (Milano, Como, Mandello, Calolzio...); molti sono purtroppo anche i partigiani dell’ultima ora.

Il 27 aprile 1945 sfilano a Lecco, finalmente liberata, tutte le forze della Resistenza, tra ali di folla che applaude. Lo stesso accade negli altri paesi liberati. Il 27-4 Mussolini è catturato a Dongo, fucilato il 28.

Il 29-4 si arrende per ultimo agli Anglo-Americani il presidio di Mandello.

Nella prima settimana di maggio arriva a tutti i partigiani, dal C.L.N. e dal C.V.L. , l’ordine di consegnare le armi ai centri di raccolta. L’incubo della guerra è finito. L’Italia è stata liberata.

La Resistenza nel Lecchese è stata molto importante, per la strategica posizione geografica del nostro territorio, per l’immediato formarsi delle “bande” dopo l’ 8-9-‘43, per la cospicua presenza di uomini e mezzi nazifascisti. Tra i partigiani abbiamo trovato gruppi di formazione diversa: da quelli più apolitici  o autonomi, ai più politicizzati legati al P.C.I (brigate garibaldine), ai cattolici. I meglio armati sono stati quelli della Valsassina e della Valvarrone, anche per le azioni da loro condotte (Ballabio, Colico, Piazzo) contro le caserme o i presidi nemici.

 

(1) Tra i sacerdoti che hanno collaborato con la Resistenza, ricordiamo: don Rocca (“Vittore”) di Esino, don Achille Bolis e Don Rota a Calolzio, don Ticozzi a Lecco, don Antonio Redaelli a Valmadrera, don Arturo Fumagalli a Introbio, don Arrigoni a Morterone, don Corti di Giovenzana (deportato a Mauthausen), don Giacomo Maffei di Parlasco, don Croci a Premana.

 

 (2) Tra i morti in città di quegli ultimi frenetici giorni ricordiamo: Vittorio Ratti, Alfonso Crotta, Umberto Picco (giovane studente del Liceo classico), Silvano Rigamonti.

www.museilecco.org/museostorico.html