DISCORSO DEL SINDACO RICCARDO MARIANI IL 25 APRILE 2008
Nel 25 aprile tutti noi dobbiamo saper sempre individuare il simbolo di un processo di un popolo che – attraverso l’esperienza della guerra mondiale e della lotta di liberazione – riacquista una coscienza critica e passa dal totalitarismo alla democrazia espressa nello spirito della Costituzione repubblicana. Se questo avviene, come oggi avviene, e continuerà ad avvenire il 25 aprile resterà sempre una ricorrenza di grande attualità. Che, anzi, non viene abbastanza valorizzata perché i giovani conoscono poco la storia contemporanea. In questo senso non può non essere, il 25 aprile, una grande festa nazionale
Non potremo mai sottrarci al dovere di commemorare l’evento che, dopo la caduta del fascismo, attraverso la Resistenza ci ha permesso di riunirci saldamente e, ci auguriamo in modo irreversibile, all’Europa democratica. La Resistenza è stata un fenomeno europeo. In nessun paese dove vi è stato un contrasto anche cruento tra resistenti e collaborazionisti viene messa in discussione. La seconda guerra mondiale, è bene ricordarlo, non è stata, come tutte le altre, una guerra fra Stati nemici. E’ stata una guerra della democrazia contro il totalitarismo, di una concezione della convivenza fondata sul riconoscimento dei diritti dell’uomo contro quella concezione politica che sopprime tutte le libertà in nome dell’obbedienza al capo, esalta la guerra di dominio come suprema espressione della sovranità dello Stato, celebra la volontà di potenza contro ogni tentativo di porre le condizioni di una libera e pacifica convivenza internazionale.
Sarebbe imperdonabile, in nome della nostra responsabilità verso le generazioni future, ignorare quale sia stato il prezzo di sangue che abbiamo dovuto pagare per sconfiggere uno dei più odiosi sistemi – insieme economico, politico, dottrinale – che siano mai apparsi nel corso della storia.
Non dobbiamo neppure dimenticare chi condannò il fascismo come ideologia e regime prima della Resistenza. Negli anni Venti, la sfida cruciale della difesa di quella democrazia liberale che la classe dirigente italiana non seppe difendere, fu assunta da uomini come Piero Gobetti, Giovanni Amendola, Giacomo Matteotti, Antonio Gramsci che seppero raccoglierla e trasmetterla ai fratelli minori. Se si fa l’errore di accantonare questo pezzo di storia, ancora oggi centrale per il nostro paese, si corre il rischio di smarrire il senso stesso della lotta sanguinosa che fu necessaria per costruire la democrazia repubblicana disegnata nella Costituzione del ’48.
Non sono mai esistiti, nel nazismo e nel fascismo diritti inviolabili della persona, né a tutti gli uomini era riconosciuta uguale dignità sociale. E allora se antifascismo significa il contrario di fascismo abbiamo bene il diritto di continuare a dirci antifascisti. “E’ vero che non basta essere antifascisti per essere buoni democratici, ma è altrettanto vero che basta continuare a confondere fascismo e antifascismo per essere sospettati di non essere buoni amici della democrazia”, così diceva Norberto Bobbio, una delle menti più lucide che il nostro Paese abbia mai avuto. E ancora lo storico Pietro Scoppola, uno dei maggiori esponenti del cattolicesimo democratico italiano, recentemente scomparso: “l’antifascismo è un dato cromosomico della Costituzione Repubblicana...proprio perché il fascismo ha avuto quello spessore, quella presa nella società italiana, quel consenso, proprio per questo l’antifascismo rimane un carattere irrinunciabile della nostra democrazia”.
Si è spesso invocato in questi anni – e si continua a farlo ora – un dato emotivo: la pietà per i morti dei due fronti. Noi pensiamo che sul piano umano e religioso un morto è uguale all’altro. La pietà va riconosciuta a tutti. Ma c’è da aggiungere che la morte non parifica i vivi. La partita storica non può chiudersi con un pari e patta. Per rispettarli sul serio, per non offenderne la memoria, i morti non vanno spogliati della loro personalità, depredati di ciò che erano da vivi. E’ questa la vera forma di rispetto che si deve ai morti fascisti, oltre che ai loro nemici. Erano diversi da vivi, tali devono restare nella nostra memoria. Uniformare le parti in lotta è come stendere un mantello di plastica su tutte le vittime. La differenza va mantenuta. Negli opposti fronti si volevano due Italie diverse, due Europe inconciliabili. I nazisti volevano un’Europa ridotta in loro dominio. Il progetto di “ordine nuovo europeo” – non si può dimenticarlo – della Germania nazista avrebbe dato ai fascisti un ruolo di cani da guardia, di kapò di un immenso campo di concentramento continentale. Niente di diverso e niente di più. Dall’altra parte si mirava invece ad avviare un processo di convivenza pacifica e democratica in via di una futura unificazione, su queste basi, del Continente
Pare assurda la descrizione che qualche commentatore ancora fa di una nazione, la nostra, dove vi sarebbero stati pochi fascisti, pochi antifascisti e una massa grigia, inerte, indifferente, la stragrande maggioranza della popolazione. Anche qui è bene ricordare che la Resistenza fu combattuta da 250.000 partigiani, fu sorretta da 650.000 militari italiani internati perché si rifiutarono di servire nella Repubblica di Salò. Resistenza fu la scelta di una parte dell’esercito italiano di schierarsi con gli Alleati e che fu pagata con massacri come quello di Cefalonia. Furono la rete dei militanti del Cln operanti nelle nostre città, nei luoghi di lavoro, il contributo dato da tante parrocchie, dai 250 sacerdoti deportati e dai 210 fucilati. Resistenza fu la partecipazione di oltre un milione di lavoratori agli scioperi del 1944.
Anche qui non dimentichiamo che con gli scioperi del ’43 e del ’44, le più grandi manifestazioni di massa mai viste in nazioni occupate dai nazisti, che impressionarono la stampa internazionale, venne dato un colpo formidabile al fascismo. Mussolini e Hitler compresero la portata di quegli avvenimenti e di quegli scioperi e ne ordinarono una repressione spietata. Sono stati poco più di 40.000 gli italiani che hanno subito la deportazione nei campi di concentramento. Vi finirono e morirono oltre 12.000 lavoratori. Anche il contributo del lavoro è stato immenso, ha segnato la storia del nostra Paese fino alla stesura della Costituzione, che al primo articolo afferma che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.
Non si tratta oggi, tanto, di celebrare la Resistenza. Celebrarla ha significato spesso imbalsamarla. Oggi si tratta di spiegarla e farla capire, soprattutto ai giovani. Ricordare non vuol dire conservare odi e rancori. Ricordare vuol dire ricostruire storicamente i fatti, distinguere il vero dal falso, riconoscere gli errori per non più ripeterli e proseguire fiduciosamente sulla stessa strada aperta dai giovani che avevano scelto di combattere per la liberazione del nostro Paese.
Chiudo questo discorso con la citazione di un brano tratto da “Il sentiero dei nidi di ragno” che Italo Calvino scrisse nel 1946, libro che è entrato a pieno titolo nella letteratura della Resistenza, perchè ritengo che racchiuda in modo spiritualmente alto e intensamente corale i sentimenti che ci animano in questa giornata fondamentale per l’Italia e per la nostra comunità. Scrive Calvino:
“C’è che noi, nella
storia, siamo dalla parte del riscatto, loro dall’altra. Da noi, niente va
perduto, tutto servirà se non a liberare noi a liberare i nostri figli, a
costruire un’umanità senza più rabbia, serena,in cui si possa non essere
cattivi.
L’altra è la parte dei gesti perduti, degli inutili furori, perduti e inutili
anche se vincessero, perché non fanno storia, non servono a liberare ma a
ripetere e perpetuare quel furore e quell’odio, finché dopo altri venti o cento
o mille anni si tornerebbe così, noi e loro, a combattere con lo stesso odio
anonimo negli occhi e pur sempre, forse senza saperlo, noi per redimercene, loro
per restarne schiavi.
Questo è il significato della lotta, il significato vero, totale, al di là dei
vari significati ufficiali.
Una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre
umiliazioni: per l’operaio dal suo sfruttamento, per il contadino dalla sua
ignoranza, per il piccolo borghese dalle sue inibizioni, per il paria dalla sua
corruzione. Io credo che il nostro lavoro sia questo, utilizzare anche la nostra
miseria umana, utilizzarla contro se stessa, per la nostra redenzione, così come
i fascisti utilizzano la miseria per perpetuare la miseria, e l’uomo contro
l’uomo”.