Discorso tenuto dal sindaco, Riccardo Mariani, il 25 aprile 2007 per la Festa della Liberazione

    Il 25 aprile è la radice della nostra Repubblica, è l’atto di fondazione dell’Italia libera e democratica.

    La Resistenza si espresse in molti modi. Ne furono protagonisti gli operai che scesero in campo contro la dittatura nel marzo del ’43, astenendosi dal lavoro; i militari che dopo l’8 settembre si opposero alle forze che volevano sopraffarli e i civili che in tante città si unirono a loro. Fu Resistenza la spontanea mobilitazione di popolo per salvare e proteggere militari e civili alla macchia, prigionieri alleati fuggiti dai campi, ebrei minacciati dallo sterminio. Fu punta avanzata della Resistenza la lotta armata delle unità partigiane nelle città, nelle pianure, nelle montagne.

Forze diverse ed eterogenee per orientamento politico e impostazione ideologica, diverse per età, censo, sesso e religione furono unite nel comune obiettivo di sconfiggere il nazifascismo e riconquistare la libertà, l’indipendenza e riscattare la dignità dell’Italia, ferita dal ventennio della dittatura. Non va sottovalutato che si trattò di un processo volto all’unità delle forze lungo, difficile, spesso frammentario e talora anche contraddittorio. La spontaneità di molte iniziative, le condizioni di clandestinità e segretezza in cui di doveva operare, la scarsità di mezzi i duri colpi inflitti dagli avversari, anche gli errori commessi nel corso della lotta, tutto ciò mise a dura prova le forze della Resistenza.

    Malgrado ciò, e malgrado anche le sconfitte e le decimazioni subite il movimento di Resistenza riuscì a “tenere”, a reggere alla terribile prova, consolidandosi ed estendendosi e trovando sostegno in larghi settori della popolazione, soprattutto tra le donne, tra i contadini nonostante le minacce, le rappresaglie, i massacri di civili. 

    Vorrei soffermarmi, a questo punto,  proprio sull’apporto significativo che le donne hanno dato alla Resistenza, così come emerge dagli studi storici.

    Sonia Residori, studiosa della Resistenza, così scrive riguardo alle donne nel movimento di Liberazione: “Nelle giornate della liberazione nazionale, sfilavano per le città in festa le formazioni partigiane scese dalla montagna. Le donne partigiane, che durante l’occupazione tedesca tante volte si erano esposte in piazza negli scioperi e nelle manifestazioni, rischiando la vita, restarono chiuse nelle fabbriche a lavorare o nelle case a provvedere alle provviste alimentari, agli alloggiamenti, alle mille necessità del momento su ordine dei comandi. In alcuni casi assistettero commosse alle manifestazioni, ma restarono tra la folla, sempre per ordine dei comandi che non volevano esporle alle maldicenze offensive. Tante sono le foto con gli uomini che sfilano in quei giorni, rare quelle con le donne. Eppure le donne erano l’altra metà della Resistenza. Alcune di loro non erano ancora tornate dai campi di concentramento, tanto alto era stato il prezzo pagato. Ma la società del tempo non accettava che le donne potessero compiere delle scelte consapevolmente, che per loro scelta avessero preso il fucile e ucciso, trasportato bombe ed armi, o si fossero rifugiate in montagna, tra i boschi, insieme agli uomini. Non accettava neppure che le donne fossero state incarcerate, spogliate, violentate, torturate…Queste cose non si dovevano dire, quello che era successo nelle stanze di tortura doveva essere dimenticato. E le donne non parlarono. Alcune se ne andarono, emigrarono altrove, per non essere costrette ad una quotidiana umiliazione. Altre accettarono il loro ritorno alla riservatezza della casa, al silenzio suggerito o imposto, rotto negli anni successivi solo saltuariamente dalla voce di singole donne. La maggior parte delle donne tornata a casa non chiederò riconoscimenti ufficiali, non avanzerà benemerenze partigiane, non scriverà i propri ricordi”.     

    Qui si conclude il pezzo della studiosa.

    Continuando noi, possiamo ben dire che il 2 giugno 1946 – quando l’Italia scelse la Repubblica - data legata in modo indissolubile con la ricorrenza del 25 aprile è stato un primo atto reale di riconoscimento nei confronti delle donne, sanzionando un loro diritto ma non esaurendo il debito di riconoscenza verso di loro.

    Il senso più profondo della Resistenza fu che essa determinò un mutamento di classe dirigente. La borghesia che aveva politicamente voluto e sostenuto il fascismo usciva piegata. Per la prima volta, rispetto al Risorgimento che fu un nobile sommovimento di èlites, la classe operaia, le masse contadine, gli intellettuali si affacciarono alla storia d’Italia e, con i ceti più illuminati, furono il 25 aprile e dopo il 25 aprile i protagonisti della rinascita e del rinnovamento della nazione.

    La Resistenza è un patrimonio nazionale a cui tutti abbiamo diritto di attingere e il 25 aprile è l’evento fondante il nostro vivere civile, quello che fa di noi un popolo indipendente e libero. Infatti con la Resistenza abbiamo conquistato per la seconda volta la nostra indipendenza e la nostra unità nazionale ed essa fu, prima di tutto, volontà di riunificare nella libertà e nella democrazia quanto codardia di re, pavidità di politici e di alti comandi militari e illusione di dittatori al tramonto avevano spezzato. Abbiamo saputo rigenerare il valore della dignità umana, personale e sociale, dei diritti civili e della democrazia. 

    Noi sappiamo che solo nella libertà e nella democrazia ci può essere vera riconciliazione nazionale ed istituzionale. Le dittature non conoscono riconciliazione, ma solo umiliazione ed eliminazione dei vinti. Il confronto democratico, invece, ha il grande compito di evitare spaccature incolmabili, incomunicabilità astiose, irrigidimenti di parte e di favorire un confronto sempre più esigente, più alto, più impegnativo e ci rende coscienti che le differenze politiche sono legittime e si dipartono da quell’unica fonte di sacrificio e di dolore, di libertà e di democrazia che scaturisce dalla Resistenza.

    Inoltre, se non inseriamo la nostra lotta di liberazione nazionale in quella più ampia lotta che tutta l’Europa combattè per riconquistare sé a se stessa nella libertà e nella democrazia, rischiamo di non cogliere appieno tutta la carica liberante presente nella data del 25 aprile. Perché allargare gli orizzonti non significa perdersi, ma ritrovarsi insieme a tantissimi altri che in paesi diversi combatterono un’eguale battaglia per aprire prospettive di pace e di progresso che solo un’Europa libera, solidale e ricca nelle sue diverse culture, può garantire. Per questo l’evento che oggi stiamo vivendo ha un valore profondo e un significato politico impegnativo: l’Europa la si costruisce certo nei vertici e nelle istituzioni, ma ancor meglio la si edifica partendo dal basso, dalle comunità locali, attraverso la loro capacità di autogoverno efficiente ed intelligente. La si edifica partendo dalle persone. Solo così può prosperare l’Europa del dialogo e del rispetto reciproco, che non ci sarebbe stata se avessero vinto il nazismo e il fascismo.

    Non fermiamoci, però, alla solennità della cerimonia ma viviamo questa occasione per capire e giudicare il passato attraverso una prospettiva contemporanea, affinchè esso possa entrare come forza vitale nella nostra esperienza ed aiutarci a costruire il domani. Un passato che resti semplice raccolta di fatti o venga mitizzato e disancorato dalla realtà è un passato senza forza vitale. Per proiettarsi nel futuro è necessario ricostruire la scala di valori e di ideali, i criteri di giudizio in base ai quali gente di tutte le età, ma soprattutto giovani, scelsero il campo di concentramento invece del collaborazionismo con la RSI di Mussolini, scelsero di combattere e morire sulle montagne, nelle città o nelle fabbriche invece di nascondersi e fuggire, e taluni affrontarono l’Olocausto nei lager nazisti per non piegarsi alle ideologie razziste e fasciste.  

    E allora, alla luce di tutto questo, non possiamo che concludere dicendo che solo la riappropriazione, che ciascuno di noi attua con la propria personale sensibilità, vince la retorica della commemorazione e si fa sentimento profondo di riconoscenza per chi ha lottato per i nostri diritti, per il bene comune e perché non fosse spento dalla dittatura quel fuoco ideale che tutti dobbiamo contribuire a tenere acceso per l’oggi e per il futuro.

 

    Grazie di cuore e buon 25 aprile a tutti voi.