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“un popolo che ha grandi monumenti ai quali ispirarsi, non morrà mai del tutto e, moribondo, sorgerà a vita più tranquilla e vigorosa che mai” (Ippolito Nievo, “Confessioni di un ottuagenario”) |
SPUNTI PER UNA LETTURA DEI MONUMENTI a cura della prof. Simonetta Carizzoni e del gruppo misto dei ciceroni, con la collaborazione degli alunni dei gruppi di: grafica, testi, interviste |
“La Storia è utile non già perché vi si legge il passato, ma perché vi si legge l’avvenire” (I. B. Say, “Quelques aperçus des hommes et de la societé”) citazioni prese da “testimonianze di guerra, vicende liernesi” |
RESISTENZA 2
Il pomeriggio del 25 – 08 - 1944, Giovanni Poletti, Giuseppe Poletti e Andrea Rompani, soprannominato “Ghigna”, venivano condotti verso il comando della Wehrmacht nelle ex scuole di Molina. Erano stati individuati dai nazifascisti al bar di Rongio , a causa di una spiata. I tre partigiani scendevano con le mani dietro la nuca. Erano scortati da tre militari. Uno solo dei soldati portava la divisa, mentre gli altri erano in borghese, ma certamente armati. Poco lontano da questo luogo, Giuseppe, per sfuggire ad una sorte che forse sentiva segnata, tentava di fuggire verso il torrente Meria. Veniva colpito a morte, cadeva nel fiume, dove era ritrovato uno o due giorni dopo, vicino a un sasso. Su quel masso fu poi messa una piccola croce di ferro a ricordo.
Qui
invece una semplice lapide di pietra scura, con una croce bianca, ricorda il suo
sacrificio per la libertà. Questa era allora una mulattiera e alla fine degli
anni quaranta era un percorso molto frequentato dagli abitanti di Mandello, di
Luzzeno e di Rongio. Non era stata infatti ancora costruita la carrozzabile tra
il capoluogo e la frazione. Per Giovanni Poletti quel 25 agosto del ’44 la
discesa continuò fino a Molina, dove fu interrogato e torturato. La sua vità
purtroppo finì la sera stessa con la fucilazione contro il muro del cimitero di
Mandello. Dove i suoi compagni non poterono liberarlo per non mettere a rischio
la vita delle molte persone presenti e per paura di rappresaglie da parte dei
soldati tedeschi. Il Rompani, che era stato trovato non armato, venne invece
interrogato secondo la procedura e successivamente mandato in carcere a Como.
In “Neri” successe però anche un altro fatto, forse legato al primo: lo scoppio di un ordigno bellico, come scrive Rina Compagnoni nel suo libro su Luzzeno e come ci hanno raccontato alcuni tetsimoni.“Verso le ore 15 di martedì 18 marzo 1947 i ragazzi Antonio Conti, Luigi Lafranconi, ed Eleonora Saita (c’è con loro anche Fausto Lafranconi, che si fermerà qualche decina di metri prima) si recano per gioco nella zona di Neri, dove notano una scatoletta metallica. Incuriositi, vogliono verificarne il contenuto e, per forzarne l’apertura, percuotono con le pietre il piccolo contenitore. Una terribile deflagrazione li colpisce. Luigi, seppure ferito in più parti dalle schegge metalliche sprigionatesi, è l’unico in grado di camminare e, tenendosi la mano sanguinante (ha perso due dita), si dirige verso il fratello Fausto in cerca di aiuto. Nel frattempo tre giovani di Luzzeno che nei pressi stanno caricando legna, richiamati dal fragore, corrono in soccorso. Egidio Lafranconi carica sulle spalle Luigi; Paolo Lafranconi solleva Eleonora, ferita gravemente all’addome e agli arti inferiori; a Michele Zucchi rimane Antonio, che, più vicino all’ordigno, rispetto agli altri due, è una maschera di sangue e la cui gravità è subito evidente. I tre feriti vengono sommariamente medicati a Luzzeno e quindi trasferiti all’ospedale di Bellano, dove la mattina successiva, alle ore 7,45, Antonio si spegne ...le condizioni di Eleonora sono molto serie...ma una successione di circostanze favorevoli contribuirà a salvarle la vita. (...) Luigi rischia di perdere un occhio, salvato in estremis . Le due piccolissime schegge d’alluminio estrattegli sono state offerte dalla mamma Pina a Sant’Antonio e si trovano a Rongio nella Chiesetta dedicata al Santo. Anche Luigi ha la fortuna di poter oggi raccontare quanto accadde quel giorno.”
RONGIO (targa)
Da
Rongio partono molti dei sentieri percorsi dal 1943 al 1945 dai partigiani, per
andare sulle Grigne; alla Gardata c’era infatti la sede del comando del
colonnello Galdino Pini, ma i partigiani erano anche in Elisa, in Versarico, a
Era (dove c’era la sede del Lino Poletti), sul Tremari, al Cornone, in Rosalba e
si può dire che tutti i caselli erano occupati. La brigata si chiamava
inizialmente “Cacciatori delle Grigne”, ma ha poi cambiato nome ed è diventata
nell’autunno 1944 la “89ª brigata Poletti” a seguito dei fatti accaduti a due
suoi componenti, di cui parleremo. Da questa parte del torrente Meria, sopra al
ponte di ferro c’era piazzato un mitragliatore, che serviva da minaccia per i
Tedeschi.
Ricordiamo qui il fatto che scosse Rongio per le sue terribili conseguenze: il 25 agosto 1944 era una giornata d’estate molto calda, come scrive la Giulia nel suo libro; Giuseppe Poletti di anni 23 e Giovanni Poletti di anni 21 con Rompani, detto “Ghigna”, erano venuti al bar di Rongio, passando prima da lei a Somana; dovevano pagare il pane al Simon e lei cercò di dissuaderli ad andare in giro così in pieno giorno, perché era molto pericoloso.
Di
solito i partigiani scendevano dai monti solo di notte e con molta cautela.

I due Poletti, forse perché giovani e quindi sprezzanti del pericolo, vennero dunque a Rongio; qui furono individuati e catturati dai Tedeschi, su segnalazione di una spia che non fu mai trovata, anche se si racconta che fosse una villeggiante di Roma. Un testimone precisa che il gruppo di soldati era formato da 7 o 8 uomini armati, 2 o 3 erano Repubblicani (cioè fascisti) mentre gli altri erano Tedeschi. I partigiani erano all’osteria già da un po’ e questo ha sicuramente dato il tempo ai nazifascismi di arrivare; erano armati, hanno circondato la casa del Simon, alcuni sono entrati e hanno preso i partigiani; mentre si avviavano coi prigionieri verso Mandello, Giuseppe Poletti ha tentato di scappare subito, per infilarsi nella contrada dei Lafranconi, ma un soldato gli ha puntato il mitra e lui si è dovuto fermare. Un testimone, allora ragazzo come noi, racconta che sulla mulattiera ha visto arrivare dei tedeschi con dei partigiani con le mani dietro la nuca, erano tre (Giovanni, Giuseppe e il Rompani).
Durante il trasferimento dei prigionieri a Molina, in loc. “Neri”, Giuseppe tentò ancora la fuga, ma fu colpito mortalmente proprio sopra il fiume, dove cadde e morì nella notte; qualcuno racconta che si sentirono i suoi lamenti a lungo. Il suo corpo senza vita fu trovato il giorno dopo dai compagni, proprio nel Meria, vicino a un sasso.
Giovanni invece, portato lungo la mulattiera verso Molina, fu brutalmente torturato al comando affinché parlasse e rivelasse altri nomi; lui resistette e fu fucilato la sera stessa contro il muro del cimitero di Mandello. Il Rompani, che non era armato, fu portato in carcere a Como.
Ci è stato raccontato anche che circa dieci minuti dopo i nazifascisti (forse un gruppo) sono ritornati indietro, dalla stessa mulattiera hanno cominciato a girare per Rongio, qua e là, sono andati sulla torre, hanno piazzato la mitragliatrice. I partigiani avevano uno zainetto all’osteria e i Tedeschi avevano la radio, hanno chiamato Molina e così in poco tempo sono arrivati a Rongio tanti Tedeschi che cercavano quello zaino. Lo zaino però non c’è più stato e allora i nazifascismi dicevano che volevano bruciare Rongio, come erano soliti fare durante le rappresaglie; per fortuna questo non è successo perché i partigiani non hanno ammazzato neanche un Tedesco; alcuni testimoni raccontano che i Tedeschi sono arrivati, sono andati verso la torre di Rongio, portavano munizioni e sparavano a tutto quello che si muoveva. E’ stato comunque l’inferno, non smettevano di sparare, tanto è vero che il giorno dopo alla torre c’era pieno di bossoli.
Qualcuno della frazione aveva cercato nel frattempo di avvisare i partigiani della “Cacciatori delle Grigne”, andando sul sentiero verso l’Acqua Bianca, dove 4 o 5 stavano già scendendo, ma anche in Versarico, o verso Rossana come ci hanno detto alcuni testimoni; dal Sasén i partigiani vedevano a Rongio i soldati sparare. Va ricordato che il Berto aiutava molto i partigiani a trovare il cibo, che era così scarso allora e spesso i nazifascisti hanno minacciato la sua famiglia; una volta hanno arrestato suo padre Simone (proprietario del bar), gli hanno dato una filata di botte e l’han portato via a Bellano dove i capi repubblichini l’hanno interrogato. Anche la popolazione della frazione ha cercato di aiutare i partigiani della brigata Poletti. Durante la Resistenza, i ragazzi, quando andavano a segare in montagna portavano di nascosto da mangiare ai partigiani che erano in Grigna: i parenti davano da portare quello che trovavano: farina per la polenta, riso e verdura; un testimone racconta che tutti i giorni faceva quel servizio, anche la domenica, che ha provato a portare dei quintali e a fare 40 viaggi con il suo mulo, senza incappare in un controllo.
VIA PER ERA (targa)
Qui,
alle ultime case di Sonvico, ha inizio il sentiero che da Somana porta a Santa
Maria e quindi a Era, dove i Mandellesi avevano e hanno ancora i caselli. Era
uno dei sentieri più frequentati per andare in Grigna e un tempo i contadini lo
percorrevano regolarmente per portare le mucche in alpeggio, andare a tagliare
il fieno, fare legna.
Dopo l’annuncio dell’Armistizio Badoglio dell’ 8-9-’43, salgono a Era i primi “sbandati”; sono quei soldati che tornano a casa con mezzi di fortuna, dopo essere fuggiti dalle caserme alla cattura da parte dei Tedeschi che li considerano dei traditori e se li prendono, li internano nei campi di lavoro in Germania; con loro ci sono anche i reduci dai vari fronti che, in licenza o in convalescenza, si sottraggono alla stessa triste sorte. Anche sui nostri monti si formano le prime “bande” e già a metà settembre, come racconta la Giulia nel suo libro, ci sono riunioni segrete a Somana in casa di Lino Poletti (nome di battaglia “Claudio”). Con il colonnello Galdino Pini (nome di battaglia “Pietro”) e con Oscar Barindelli (nome di battaglia “Oreste”) egli organizza il gruppo di patrioti. La formazione prende il nome di “Cacciatori delle Grigne” ed è gìà attiva durante il rastrellamento tedesco dell’ottobre ’43; prenderà il nome di 89ª brigata Poletti, dopo la morte di Giovanni e Giuseppe Poletti, avvenuta il 25-8-1944. Ritornando all’autunno-inverno ’43, ai primi partigiani si uniscono anche i prigionieri scappati dal campo di Grumello al Piano, nella bergamasca, e altri giovani a cui sono arrivate le cartoline precetto e che scelgono la clandestinità, piuttosto che aderire alla Repubblica di Salò e collaborare con fascisti e Tedeschi; infatti anche la propaganda, fatta con manifesti murali e proclami, per convincere ad arruolarsi nella Repubblica Sociale Italiana non raggiunge il suo scopo, anzi aumenta le fila partigiane. A differenza di altre brigate garibaldine o di Giustizia e Libertà, operanti nel Lecchese, la “Cacciatori delle Grigne” è apolitica e autonoma.
A
Era, dal 1943 al 1945 era distaccato il Battaglione. Moncodeno, le sedi del
comando erano casa Carizzoni e l’albergo a Era, il comandante era Lino Poletti,
sostituito da Oscar Barindelli, dopo l’attentato della Maiola del 26-10-‘44. Su
questo sentiero passarono anche purtroppo i nazifascisti che, nel grande
rastrellamento su tutte le Grigne dell’autunno ’44, bruciarono i caselli di Era
e alcuni nostri rifugi. Anche la popolazione della frazione di Somana e di
Sonvico ha cercato di aiutare i partigiani della brigata Poletti. Durante la
Resistenza, transitarono su questo sentiero anche le staffette, i portaordini, i
collaboratori, che portavano ai partigiani informazioni e viveri. I partigiani
lo percorrevano talvolta di notte per raggiungere quelle case dove un segnale
convenuto li avvisava che potevano trovare rifugio e qualche cosa da mangiare.
CIMITERO DI SOMANA (targa)
Questo
monumento è stato eretto in memoria dei caduti di Somana durante la Resistenza.
L’altorilievo in marmo bianco, opera imponente dello scultore Enrini (1899-1962), rappresenta il partigiano che affronta insidie e pericoli, vincendo con coraggio e determinazione il male, raffigurato da un serpente con la testa di cane e la cresta di drago.
Il
partigiano è sovradimensionato, molto più alto di un uomo normale. Il gesto,
molto dinamico, è chiaro ed evidente, nella sua intenzione di difesa, di offesa
o anche di sfida: l’uomo sta per infilzare con la baionetta del parabello
l’animale così pericoloso. Il passo del partigiano è la camminata sicura di chi
è abituato ad andare in montagna e non ha paura delle insidie. Anche
l’abbigliamento è da montanaro: da notare in particolare gli scarponi di pelle,
con le stringhe, le calze di lana, i pantaloncini corti, la maglia con le
maniche corte.Siamo in estate, forse nella mente dell’autore l’estate 1944,
quando avvenne l’arresto dei Poletti. Il corpo del partigiano è atletico,
forte, muscoloso, possente, come notiamo osservando le gambe e le braccia,
particolarmente grosse e robuste.

Il viso ha una espressione determinata, lo sguardo è rivolto verso il basso; il partigiano dimostra sicurezza, determinazione, convinzione. Sullo sfondo, in alto, si vede la Grigna, con il Sasso Cavallo e il Sasso dei Carbonai. Sulla sinistra, a metà circa dell’opera, c’è la chiesetta di Santa Maria, un richiamo alla zona di Era e al versante di Somana, dove operavano i partigiani della 89ª brigata Poletti qui ricordati.
Il monumento infatti ricorda i partigiani: Adamo e Davide Gaddi, morti nell’attentato della Maiola il 26-10-’44, ma anche Giuseppe Poletti, colpito a morte dai Tedeschi in località “Neri”, sotto Rongio, il 25-8-’44 e Giovanni Poletti, fucilato la stessa sera fuori dal cimitero di Mandello.
Ricordiamo
che da questa opera è stato tratto il dettaglio particolarmente significativo ed
espressivo che è il simbolo dell’”Itinerario della memoria”, il logo che
troviamo in alto a sinistra in tutte le targhe.L’animale rappresentato è
inesistente, è stato composto dalla fantasia dello scultore con animali diversi
(cane, serpente, drago). Ha un forte valore simbolico perché come animale
fantastico racchiude in sé diversi significati: come il cane morde, come il
serpente stritola, come il drago è molto pericoloso. Rappresenta sicuramente il
male, i nazifascisti, il pericolo e l’insidia per i partigiani mandellesi. La
testa è di cane per i denti, che sono molto evidenti e grossi, per il naso che è
all’insù e per le orecchie che sono cadenti; può essere quella di un drago per
la cresta, che è però molto piccola; può essere anche quella di un serpente
crestato. La mascella “dentata” significa, secondo noi, aggressività e
pericolosità. Il corpo non è quello di un cane e, se si tratta di quello di un
drago, è piccolo e senza ali; è quindi il corpo di un grosso serpente che
stritola con la forza, stringendoli, i piedi del partigiano. E’ un corpo molto
lungo, molto aggrovigliato, che si arrotola in particolare alla gamba destra,
mentre il muso sembra voglia morsicare l’altra gamba; così aggrovigliato ci
richiama alla mente i nazisti o meglio i nazifascisti che attanagliavano
l’Italia del centro-nord. C’è secondo noi una similitudine tra i denti del
cane-serpente e la suola “dentata” dello scarpone; i denti infatti si aggrappano
alla gamba come gli scarponi si aggrappano alla roccia. Questo capolavoro ha
ispirato anche molte nostre opere presenti in mostra a scuola.
RESISTENZA 1
La
produzione della Guzzi negli anni della seconda guerra mondiale era destinata
prevalentemente al settore militare; si fabbricavano mezzi come l’Alce e il
Trialce, un furgoncino con sopra una mitragliatrice, che erano destinati
all’esercito italiano. Alla società Moto Guzzi fu riconosciuto lo status di
“azienda ausiliaria”, per cui ai dipendenti, ritenuti indispensabili per la
produzione, fu concesso l’esonero dal servizio militare; ciascuno di loro era
infatti dotato di una tessera di “esonerazione”.
Sotto
la collina delle “Villette”, che allora non esistevano, furono realizzati i
rifugi antiaerei, nei quali le maestranze e la popolazione residente nelle
vicinanze si rifugiavano nel corso delle incursioni aeree; una casamatta con
postazione antiaerea (una mitragliatrice) era accessibile direttamente
dall’interno del rifugio.
Questi manufatti sono ancora visibili all’interno dell’area Guzzi, anche se non visitabili per ragioni di sicurezza.
Sulle facciate della Moto Guzzi, come dimostra anche una vecchia cartolina della
fine degli anni ’40, riprodotta sulla miniguida, vennero dipinte sagome di
alberi (dei cipressi), per camuffare e mimetizzare meglio la fabbrica e
proteggerla dalle incursion aeree. La Guzzi era allora dipinta di verde e tale
rimase per molti anni anche dopo la guerra, come si ricordano molti mandellesi.
L’azienda era molto generosa, soprattutto in occasione del Natale, con le famiglie numerose a cui regalava dei “pacchi viveri”, contenenti biscotti e generi alimentari, così scarsi durante la guerra.
Dopo
l’ 8 settembre 1943, fu dichiarata “fabbrica di interesse militare”, un presidio
tedesco fu insediato presso lo stabilimento e fu imposto un regolamento ferreo.

Dai molti testimoni intervistati in questi due anni, tra cui vogliamo ricordare Nando Maggi, abbiamo saputo che alla Guzzi avvennero vari fatti legati alla Resistenza, come alcuni atti di sabotaggio attuati da operai che, durante il montaggio, mettevano della sabbia nei motori delle moto destinate alla Repubblica di Salò; per questo furono arrestati tre operai e un impiegato, in seguito rilasciati.

Il 6-12-’43 fu sabotata anche la Centrale dello Zerbo, che forniva energia elettrica alla fabbrica; è stato appurato che fu opera di partigiani non mandellesi e presto il danno venne riparato, ma il capocentrale fu interrogato, imprigionato da allora sorvegliato. In fabbrica furono nascoste anche armi, recuperate dai partigiani dai “lanci” degli Alleati Angloamericani, effettuati nella valle di Era. Dopo il massiccio rastrellamento del novembre ’44 da parte dei nazifascisti, per un accordo tra l’azienda e i comandi partigiani, fu fatto figurare che i partigiani della 89ª Brigata Poletti, che si era sciolta, erano operai specializzati assunti in Guzzi e così poterono rientrare dalla clandestinità alla vita normale.
L’azienda produceva moto e motocarri e collaborava con i Tedeschi, costruendo pezzi di ricambio o riparando le loro macchine. Un testimone ricorda che vennero revisionati dei sidecar tedeschi. Nella mensa della fabbrica veniva distribuita minestra alla popolazione e spesso la Moto Guzzi, come del resto altre ditte mandellesi, si prestava a procurare pane, pasta, farina, aggirando Tedeschi e i Repubblichini. Nella soffitta della mensa c’era una radio clandestina, della missione “Montreal”, una ricetrasmittente collegata con gli Americani, che annunciava i “lanci”.
Nell’aprile del ’45, in accordo col C.L.N (Comitato di Liberazione Nazionale), i dirigenti formarono squadre di vigilanza interne all’azienda, costituite da dipendenti. Esse avevano il compito di proteggere lo stabilimento e impedire che fossero smantellati i macchinari, avvenissero furti di mezzi o di materie prime da parte dei Tedeschi. Le squadre erano 7, operavano a turno, ed erano composte da alcuni uomini e un caposquadra; avevano fucili semplici, fucili mitragliatori e parabelli; l’abbigliamento era quello delle truppe partigiane, come abbiamo potuto vedere esaminando alcune foto d’archivio gentilmente concesse e pubblicate sulla guida. Furono i lavoratori della Moto Guzzi che bloccarono in Pra’ Magno una colonna armata in ritirata e catturarono parecchi Tedeschi, tenuti prigionieri in un reparto dello stabilimento; ad essi si aggiunsero anche dei fascisti, che si consegnarono.
Il
25 aprile fu messo in atto il piano di difesa dalla fabbrica, che fu presidiata
dalle squadre di vigilanza e divenne pure sede del C.L.N e del Comando militare
partigiano (C.V.L) fino al 30 aprile. Dal 26 al 30 aprile i partigiani
utilizzarono la mensa e lo spaccio aziendale per i rifornimenti di viveri,
prelevarono armi, moto, motocicli e carburante. Il 29 aprile e nei giorni
seguenti arrivarono le truppe americane che rimasero accampate con le tende in
piazza Gera, fino agli inizi di maggio. I prigionieri tedeschi, che erano in
Guzzi, furono quindi consegnati agli Americani.
Il ruolo della Moto Guzzi fu dunque molto importante nel periodo della Resistenza. L’azienda fu un punto di riferimento essenziale per le famiglie mandellesi, per i partigiani e gli Alleati.
Proprio le moto della Guzzi furono delle propagoniste durante la Resistenza. Ricordiamo infatti che una moto Guzzi fu il mezzo usato da Ulisse Guzzi per tenere i contatti con gruppi partigiani nel lecchese nell’autunno ’43 e delle moto Guzzi, spesso requisite ai legittimi proprietari, furono usate dalle brigate e dalle staffette nelle zone di montagna (vedi nel cuneese) perché adatte a qualsiasi tipo di terreno e alimentate in qualsiasi modo.
Anche a Cefalonia troviamo una moto Guzzi usata dalla “Acqui”. Si legge in un libro: “dalle postazioni di Argostoli a quelle periferiche il no alla resa si sposta veloce sulle due ruote della Guzzi rossa del capitano Angelo Longoni. E’ la moto più potente di Cefalonia e il suo proprietario ne è orgoglioso. E’ anche il mezzo più veloce per muoversi lungo le rotabili e i sentieri, raggiungere i posti più impervi e arringare i militari della Acqui. Longoni si è fatto spedire la moto da Mandello Lario quand’era in guarnigione a Corfù. Quasi un capriccio visti i tempi, ma i dirigenti della Guzzi erano stati ben lieti di accontentare un idolo dei campi di calcio.” (Longoni era allora un calciatore di serie A).